I sogni dei migranti

Montecampione, 1800 metri d’altezza. Provincia di Brescia. Monti, prati e vacche al pascolo. Lì, 116 rifugiati giunti in Italia dalla Libia e provenienti dall’Africa sub sahariana attendono. Da tre mesi vivono nelle stanze del residence Le Baite. Sono arrivati in Italia per lavorare, a casa hanno famiglie da mantenere. Ma a Montecampione mangiano, dormono e passeggiano. Tutti i giorni. Non possono fare altro.

Il due settembre due funzionari dell’Alto Commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite (Acnur) sono saliti fin lassù insieme a un responsabile del Dipartimento della Protezione Civile e al Viceprefetto di Brescia. Dovevano “monitorare gli standard di accoglienza”. Niente commenti ufficiali al termine della visita. Ma hanno lasciato tra i ragazzi la speranza e la sensazione, leggera, che in autunno la situazione possa sbloccarsi. I rifugiati potrebbero scendere a valle e trovare accoglienza in piccole strutture del territorio. I comuni della Vallecamonica che hanno detto di poterli accogliere sarebbero già una ventina. Questi ragazzi, chissà, potrebbero iniziare a lavorare e realizzare uno dei tanti sogni portati dall’Africa. Quelli che l’associazione Naga ha raccolto in un video. Questo.

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Diario dalla Giordania

migrantinews va in vacanza: in Giordania. Per due mesi. Il racconto del viaggio è nella finestra del blog LaGiordania. Get connected!

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Espulsi: il Viminale concede la sanatoria, poi la ritira

La prima circolare del Ministero degli Interni era arrivata negli Sportelli Unici per l’Immigrazione martedì 18 maggio. Concedeva, per decisione del Consiglio di Stato, la regolarizzazione a tutti gli stranieri che avevano presentato domanda nella sanatoria del 2009 per colf e badanti, e che si erano macchiati del reato di clandestinità per non aver obbedito a un precedente ordine di espulsione.

Dal 2009, infatti, erano stati molti i permessi di soggiorno negati per colpa di quella condanna. E per protestare contro la decisione del Viminale, nell’inverno 2010 due gruppi di stranieri si erano arrampicati su una gru a Brescia e su una ciminiera a Milano.

Martedì sembrava si fosse arrivati alla svolta. Merito anche delle decisioni recenti di alcuni tribunali e della Cassazione che sembravano negare il riconoscimento del reato di clandestinità dopo il recepimento “forzato” della direttiva europea 115 del 2008.

E invece due giorni dopo, venerdì 27 maggio, il Viminale ha sopseso il riesame delle domande. Inviando agli Sportelli per l’Immigrazione una seconda circolare. Dove si motiva: è necessario «effettuare ulteriori e più approfondite valutazioni sull’argomento, per corrispondere compiutamente ai numerosi quesiti interpretativi».

La decisione si attende a breve. Forse basterà aspettare il termine dei ballottaggi alle amministrative.

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40mila: sono i nuovi cittadini italiani del 2010

C’è il Marocco in testa alla classifica dei Paesi di provenienza dei nuovi italiani. Sono 40mila in tutto gli stranieri che nel 2010 hanno ottenuto la cittadinanza del Bel Paese: 6.952 marocchini, seguiti dagli albanesi (5.628) e dai rumeni (2.929). A dirlo è il nuovo report del Ministero dell’Interno. Dove si precisa che oltre 21 mila neo-italiani hanno ottenuto la cittadinaza per residenza: erano cioè  stranieri extracomunitari in Italia da più di 10 anni o cittadini europei in Italia da 5. Mentre sono 18mila circa quelli che hanno un/a italiano/a.

Se le concessioni di cittadinanza aumentano dello 0,34% rispetto al 2009, le bocciature addirittura raddoppiano: da 859 a 1.634.

Non rientrano nel calcolo del Ministero il numero di stranieri di seconda generazione, nati in Italia. Ad essi la possibilità di diventare cittadini italiani al compimento del 18esimo anno di età. Purché la domanda sia fatta entro un anno e dopo aver risieduto inisterrottamente in Italia dalla nascita.

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Partenze gratuite da Tripoli: è vero?

Si parla in questi giorni di una barca di profughi rimasta per 16 giorni in avaria al largo delle coste libiche. Non ha ricevuto soccorsi da parte di navi ed elicotteri che pure l’avrebbe avvistata. Intanto, i racconti dei migranti spargono anche la voce di viaggi gratuiti per profughi subsahariani organizzati dal governo libico. Cosa c’è di vero? E a chi spetta il soccorso delle carrette dei profughi? I pareri contrastanti di Flavio Di Giacomo, portavoce di Oim Italia (Organizzazione internazionale per le migrazioni) e Roberto Marini, fondatore della Ong Everyone Group.

Davvero Tripoli sta organizzando viaggi gratuiti per i profughi provenienti dalle regioni Sub-Sahariane?

Di Giacomo: «I migranti ci raccontano che a Tripoli non hanno pagato una cifra fissa, come al solito, ma gli è stato chiesto quello che avevano. Una signora somala al nostro staff di Lampedusa ha raccontato di essere stata costretta a salire su un’altra imbarcazione diretta in Italia dopo il naufragio di quella su cui si era già imbarcata. Era tornata a riva a nuoto. Altri invece ci hanno detto che i soldati e gli ufficiali libici presenti al porto di Tripoli hanno sparato in aria per costringere a imbarcarsi alcuni migranti che avevano rinunciato a partire dopo aver assistito a un naufragio di altri libici in partenza.»

Marini: «È una sciocchezza messa in giro dal nostro governo. I migranti sub- sahariani pagano quasi mille dollari a persona per viaggi organizzati sia da ribelli che da pro-gheddafiani. E per di più sono costretti a partire su barche ancora più malandate di quelle riservate ai libici. In Nord Africa c’è una forte discriminazione nei confronti di persone di pelle scura. E a loro si riserva un trattamento diverso anche quando emigrano: viaggiano sulle barche peggiori».

La nave partita il 25 marzo da Tripoli non ha ricevuto aiuti da una portaerei incrociata durante la navigazione. A chi spetta soccorrere le barche in mare?

Di Giacomo: «Il soccorso in mare è un atto sempre dovuto, da parte di chiunque. Il diritto del mare prevede che se c’è qualcuno in difficoltà, tutte le persone che lo incontrano sono tenute soccorrerle, dal pescatore alla Guardia Costiera. Il grande problema è che i migranti sono caricati su barche fatiscenti e sovraccariche, in difficoltà fin da quando salpano».

Marini: «Quello che denunciamo come associazione umanitaria è che manca un protocollo sul soccorso in mare ai profughi. Spetta alle Nazioni Unite, e alla Unione Europea pensarne uno. La Convenzione di Ginevra prevede il massimo impegno degli Stati per aiutare i profughi. Eppure i richiedenti asilo  non ricevono nessun aiuto durante gli spostamenti in mare, sempre così precari. Per un tratto così breve basterebbero un paio di auto vedette e di elicotteri, facilmente pagabili con i budget stanziati dalla Ue. La missione Frontex non basta: non è pensata per favorire e aiutare i profughi, ma per contrastare il loro arrivo».

Cosa succede quando i migranti non riescono ad arrivare in Italia e tornano in Libia? È previsto il carcere?

Di Giacomo: «Non abbiamo notizie ad oggi da parte di persone che sono tornate in Libia. Sicuramente hanno cercato di ripartire. Se poi è vero quanto raccontano i migranti, cioè che i viaggi sono organizzati dalle stesse forze pro Gheddafi, è probabile che si cerchi di farli ripartire. Il carcere era la soluzione valida prima della guerra. Ora non le cose cono più confuse. Tutto quello che sapevamo prima ora non è più valido».

Marini: «Stiamo seguendo il caso di un barcone di 330 migranti fermati dalle autorità libiche e riportati sulla costa: quando c’è un tentativo di fuga vengono multati (con cifre tra i 400 e i 1000 dollari) e incarcerati in attesa di rimpatrio forzato nei Paesi di origine. Spesso vengono trattenuti per tantissimo tempo, torturati o lasciati morire. Se anche avvenisse il rimpatrio, tornerebbero nel mezzo delle persecuzioni da cui sono fuggiti: la Libia infatti non riconosce il diritto all’asilo. La questione in ogni caso basta  a confermare che Tripoli non organizza viaggi gratuiti: che senso avrebbe poi incarcerare i profughi che tornano indietro?».


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Reato di clandestinità cancellato: le prime scarcerazioni

Adrian Paci - Centro di Permanenza Temporanea
Adrian Paci – Centro di Permanenza Temporanea

Per la legge Bossi-Fini, Amir, tunisino di 42 anni, era reo di clandestinità: Dopo aver ricevuto il «foglio di via» dal questore, aveva continuato a vivere in Italia. Per questo era stato chiuso in carcere, con una pena di 5 mesi di reclusione. Ma da ieri è di nuovo libero. Il giudice di Milano Stefano Corbetta ne ha ordinato la scarcerazione perchè «il fatto non è più previsto dalla legge come reato».

Il caso di Amir, insieme ad alte due scarcerazioni decise la scorsa settimana dalla Cassazione, dimostrano che il reato di clandestinità è stato definitivamente cancellato in Italia. Merito della direttiva europea115 del 2008, valida per l’Italia anche se mai ufficialmente recepita (la scadenza era fissata per il 24 dicembre 2010)

Il precedente legale cui il caso di Amir si rifa (e che lascia  supporre scarcerazioni per tutti gli altri immigrati rei di clandestinità) è quello di Hassen El Dridi, l’ algerino condannato a un anno di carcere dal tribunale di Trento per non essersi allontanato dall’Italia dopo un ordine di espulsione. Durante il processo d’appello,  i giudici italiani hanno chiesto alla Corte di Giustizia Ue se questo trattamento era in linea con le regole europee, e in particolare con la direttiva sui rimpatri.

Chiara la risposta da Lussemburgo arrivata lo scorso 28 aprile:  «La procedura di allontanamento italiana differisce notevolmente da quella stabilita dalla direttiva». E gli stati membri, che «devono fare in modo che la propria legislazione rispetti il diritto dell’Unione», non possono «applicare una normativa tale da compromettere la realizzazione degli obiettivi perseguiti dalla direttiva: l’instaurazione di una politica efficace di allontanamento e di rimpatrio nel rispetto dei diritti fondamentali».

E per essere più chiara, la Corte specifica che, per rimediare all’insuccesso di un allontanamento forzato, «li Stati membri non possono introdurre una pena detentiva».

Cosa accadrà dunque ai clandestini che saranno rimessi in libertà? Il questore notificherà un nuovo provvedimento di espulsione. E se il migrante non lasciasse nemmeno questa volta l’Italia, scatterebbe il rimpatrio forzato: verrebbe accompagnato alla frontiere, oppure messo su un aereo o una nave. Se il rimpatrio non fosse possibile (anche per motivi di costo), la direttiva prevede che il migrante sia trattenuto per 6 mesi in un Cie (Centro identificazione ed espulsione) al termine dei qualei riceverà un nuovo ordine di allontanamento.

E potrà al massimo essere denunciato per il reato di immigrazione clandestina (non cassato dalla direttiva 115 dell’Ue), con contravvenzioni tra i 5mila e i 10mila euro. Ma in nessun caso potrà essere incarcerato.



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Chiude il Triboniano. Via le ultime 40 famiglie Rom

La firma del Ministro dell’Interno Roberto Maroni arriva in piena campagna elettorale. A Milano, il campo del Triboniano, nella periferia a nord-ovest della città è ufficialmente chiuso. Le ultime 40 famiglie Rom, d’accordo con il Comune, se ne sono andate. Ora possono iniziare i lavori di costruzione della strada che collegherà la zona Expo alla provinciale che unisce Milano a Varese.

Diverse le sorti delle 109 famiglie inizialmente presenti nel campo, 503 persone in tutto. A 87 di queste (404 persone) è stata assegnata una sistemazione definitiva. 15 famiglie, per 78 persone, ne hanno una provvisoria, mentre 7 famiglie per 26 persone attendono ancora il definirsi della situazione. Sono 48, invece, i rom che hanno scelto il rimpatrio assistito in Romania. A portarlo a compimento sarà la Casa della Carità di Don Virginio Colmegna.

Il Sindaco Letizia Moratti e l’assessore alle Politiche Sociali Mariolina Moioli hanno colto l’occasione per annunciare che «in un anno saranno chiusi anche tutti gli altri campi rom abusivi». Ne resteranno, secondo le dichiarazioni da loro rilasciate, soltanto 2. In via Martirano e via Chiesa Rossa.

Chiuderanno, invece, campi di Bonfadini, Negrotto e Novara. In via Idro resterà uno spazio per le famiglie rom nomadi che transitano per la città, ma non conterrà più di 50 persone per volta.

La prefettura di Milano rende noto che la chiusura «rispetta le tempistiche a suo tempo concordate», che avevano come obiettivo temporale il 30 aprile 2011.

Le trattative per lo sgombero del campo nato nel 1993 erano iniziate nel 2006, dopo che un incendio ne aveva devastato un terzo. Un ruolo importante, in questi anni,  lo ha giocato la Casa della Carità di don Virginio Colmegna, al centro delle cronache nel settembre 2010, quando Maroni aveva bloccato la distribuzion di 20 case Aler alle famiglie del Triboniano. Don Colmegna interviene oggi dicendo «è un operazione squisitamente elettorale».

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SCHEDA / Immigrati tra Cda, Cie e Cara

Sono 32 in tutto, tra Centri di accoglienza (Cda), Centri accoglienza richiedenti asilo (Cara), e Centri di identificazione ed espulsione (Cie). A distinguerli sono le funzioni che svolgono.

Ai Cda (11) hanno accesso gli stranieri irregolari rintracciati sul territorio nazionale. Ciascuno di loro viene trattenuto il tempo necessario per essere identificato. Una volta avvenuta l’identificazione, si verifica la legittimità della sua permanenza in Italia o si decide per l’allontanamento.

Sono diverse le condizioni per accedere a un Cara. Qui arrivano gli stranieri che chiedono asilo ma che sono privi di documenti di riconoscimento oppure fuggiti ai controlli alla frontiera. Vengono ospitati per un periodo compreso tra i 25 e i 30 giorni, durante il quale si procede alla sua identificazione e si verifica il possesso delle condizioni per ottenere lo status di rifugiato. I Cara presenti sul territorio nazionale sono in tutto 10.

Infine i Cie, 13 in tutto, sono destinati  a raccogliere tutti gli stranieri immigrati che hanno già ricevuto un decreto di espulsione da parte del questore – con convalida del giudice di pace entro 96 ore – ma che non è immediatamente attuabile. I motivi possono essere l’impossibilità di ricorrere al soccorso, la mancanza di identificazione dello straniero, l’assenza dei documenti di viaggio, la mancanza di un mezzo idoneo al rimpatrio. Lo straniero viene trattenuto per 30 giorni, prorogabili da parte del prefetto di 30 in 30 giorni fino a 6 mesi. Allo scadere del periodo previsto, lo straniero viene accompagnato alla frontiera o lasciato libero con un documento che gli impone di lasciare l’Italia entro 5 giorni. Se resta sul territorio nazionale e viene di nuovo intercettato, verrà riaccompagnato in un Cie, dove potrà soggiornare al massimo 180 giorni.

Cda, Cara e Cie sono tutti pianificati dalla Direzione Centrale dei servizi civili per l’immigrazione e l’asilo (Ministero dell’Interno) e gestiti dalle prefetture del territorio sui cui si trovano. Quasi sempre accade che le prefetture affidino l’effettiva gestione dei centri a enti, associazioni o onlus (tra cui anche la Croce Rossa) tramite regolari gare di appalto. Essi forniscono servizi di assistenza alla persona (vitto, alloggio, cure mediche, mediazione linguistica…), garantiscono la pulizia e l’igiene degli ambienti e si occupano della manutenzione delle strutture. La gestione dei centri dell’immigrazione costa alle casse dello Stato più di 200.000 euro al giorno, 40-45 euro per ogni immigrato trattenuto. Il sito del Ministero degli Interni riporta il numero e la località di tutti i Centri per l’immigrazione presenti sul territorio italiano, indicando per ciascuno la capienza.


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Caserta, Potenza e Trapani: aperti qui tre nuovi Cie


Silvio Berlusconi ha firmato l’ordinanza che trasforma i tre centri per immigrati di Santa Maria Capua Vetere(Caserta), Palazzo San Gervasio (Potenza) e Trapani in Cie, Centri di Indentificazione ed Espulsione. Erano attivi già da alcune settimane, ma si aspettava di conoscere la vera destinazione. Fino alla fine del 2011 ospiteranno i migranti già arrivati o che arriveranno dal Nord Africa privi del permesso di soggiorno di 6 mesi (perché giunti dopo il 5 aprile) o asilo politico. Qui aspetteranno di essere identificati e rimpatriati.

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“In Europa l’Italia ha un ruolo marginale”

Mercoledì 20 Aprile 2011

La Commissione Europea apre alle richieste di aiuto dell’Italia in tema di immigrazione. E dedica una mattinata di lavori a discutere di una possibile revisione del trattato di Schengen. Secondo alcune fonti di stampa, i commissari sarebbero al lavoro per rafforzare i meccanismi che favoriscono la redistribuzione degli immigrati tra gli Stati europei (finora non esplicitamente regolati) e norme «di emergenza» da applicare ogni volta che uno Stato «non adempie agli obblighi di controllo della sua sezione di frontiera esterna».

Andrea Ungari

«È un segnale che l’Europa, in fondo, è solidale», dice a Migrantinews Andrea Ungari, professore di Storia comparata dei sistemi politici europei alla Luiss di Roma. L’atteggiamento che l’Unione Europea ha avuto verso l’Italia sulla emergenza immigrazione, secondo il professore, altro non è che il riflesso del peso dei singoli stati nell’Ue. «L’Europa difende una Francia che blocca le frontiere contravvenendo chiaramente allo spirito di Schengen», dichiara. E lo fa «nonostante fosse chiaro fin da subito che gli immigrati tunisini si sarebbero diretti in Francia». «Ma la libera circolazione di persone, capitali e forza lavoro è l’essenza dell’Unione Europea, ed è parte integrante della sua costituzione».

Di fronte a questo, secondo Ungari, non si può leggere altro che il ruolo marginale dell’Italia sul piano internazionale, non solo in Europa, ma anche in conferenze come il G8. «L’Italia sta pagando il frutto di politiche del passato che la pongono un passo indietro rispetto ad altri Paesi». «Non si tratta solo di “minor peso economico”, spiega, ma «di una politica estera “extra-europea”, fatta di accordi bilaterali, con la Russia di Putin, con Bush e con Gheddafi».

La questione immigrazione, come quella libica o come il risanamento dei bilanci in crisi degli Stati, mostrano, dice Ungari, «un’Europa troppo frammentata, che deve ancora imparare ad agire in modo univoco». Come? Superando la vecchia visione dell’Europa, solo economica, di De Gasperi, Monnet, Schuman: «Occorre una nuova identità europea, non idealista, ma con una visione geopolitica globale condivisa. Capace di dare una marcia in più».

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